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IL MONDO ARABO E LE TRADUZIONI
L’attenzione che il C.R.O.Med. sta ponendo sul tema delle traduzioni, favorendo i rapporti con la King Adbulaziz Public Library di Ryad (Arabia Saudita), organizzatrice del Premio Internazionale di Traduzione King Abdullah, poggia sull’interesse verso un fenomeno culturale di grande rilievo, cioè quello delle osmosi scientifico-culturali tra realtà differenti.
Questo tipo di osmosi avvengono continuamente, anche senza che se ne abbia una percezione immediata. Oggi è possibile accedere a milioni di informazioni con grande facilità sia grazie al web, sia grazie all’incredibile semplicità di spostamento e comunicazione del mondo contemporaneo; oltre alle informazioni superficiali, si possono cercare e consultare testi scientifici (alcune tra le più importanti biblioteche del mondo stanno scannerizzando i propri volumi per renderli disponibili a tutti, in qualunque parte della Terra ci si trovi) o si possono addirittura seguire lezioni universitarie sul web (ad esempio, sul sito www.academicearth.org si trovano i video dei corsi di professori delle università di Berkeley, di Yale, di Harvard, di Princeton, ecc.).
Tuttavia, il fenomeno ufficiale o non ufficiale della translatio studiorum, cioè del passaggio di conoscenze tra ambiti territoriali, culturali e sociali differenti, non è caratteristica tipica del nostro secolo, ma ha interessato molte culture e molte epoche.
Il trasferimento di conoscenze è un fenomeno complesso, che porta con sé opportunità e rischi.
Se imposto dall’alto, può comportare il rischio dell’acculturazione forzata, della manipolazione, dell’indottrinamento, e la storia è piena di casi in cui la cultura è stata usata come strumento di dominio; il modo migliore per controllare l’altro è quello di controllare le sue convinzioni.
Tuttavia, quando lo scambio di conoscenze è mosso dalla necessità di migliorarsi, di acquisire nuovi elementi e di aprire nuovi campi di ricerca, produce ottimi risultati in ambito culturale e scientifico, ma è anche un buon indicatore dell’equilibrio sociale.
Il mondo arabo offre un osservatorio privilegiato per comprendere questo tipo di fenomeni. Tra l’VIII e il X secolo d.C., il califfato ‘abbâside ha assistito ad uno dei più vasti movimenti di trasmissione del sapere, che ha avuto origine da fattori sociali, politici e ideologici.
Dalle prime conquiste arabe durante il periodo ummayyade sino alla rivoluzione ‘abbâside (che culmina nel 750 d.C), la dâr al-Islâm (la terra conquistata all’Islâm) era giunta ad estendersi fino a comprendere un vastissimo territorio che andava dai paesi del Maghreb sino a tutto il Medio Oriente: si trattava di territori che sino a poco tempo prima di trovavano sotto il dominio dell’impero bizantino, di quello sasanide o dei potentati indipendenti in qualche modo legati ai grandi imperi dell’epoca. Culturalmente erano territori eterogenei, che professavano religioni differenti (si incontravano cristiani, ebrei, zoroastriani, buddhisti, ecc.) e che si esprimevano in lingue diversi (dal greco al siriaco, dall’aramaico al persiano).
I nuovi conquistatori arabi sentirono subito il bisogno di trasferire nella loro lingua le conoscenze di cui queste popolazioni erano depositarie: iniziò quindi un processo di traduzione dal greco, dal siriaco e dal persiano o dal sanscrito in arabo.
In modo particolare, in questo periodo vi fu un interesse da parte di alcuni circoli colti di Baghdad verso i testi filosofici greci.
Il primo testo tradotto in arabo furono i Topici di Aristotele, su diretta commissione del califfo al-Mahdî (m. 785). La traduzione venne affidata al patriarca nestoriano di Baghdad, Timoteo I, e venne condotta su una versione siriaca, tenendo presente anche il testo greco. Il fatto che un califfo musulmano ordinasse la traduzione di un testo così tecnico e difficile può destare qualche perplessità. I Topici non sono certo l’opera principale di Aristotele e trattano un argomento che potremmo considerare “specialistico”, sono infatti un testo in cui si parla di dialettica, intesa come strumento per esercitare la mente al ragionamento, come strumento per dialogare con gli altri e come strumento per la ricerca filosofica. Ma, se si prende in considerazione il contesto storico-culturale del califfato di al-Mahdî, si comprende bene l’esigenza di quel libro: in quel momento la religione islamica si stava sviluppando attraverso un proselitismo costante e l’arte della dialettica era fondamentale per dimostrare, sul piano razionale, la supremazia dell’Islâm sulle altre religioni. L’affermarsi nella massa della religione islamica era decisamente funzionale al mantenimento del potere ‘abbâside, in quanto la dinastia aveva fondato il proprio potere proprio sulle rivendicazioni egualitarie ed universalistiche dell’Islâm: era pertanto necessario che vi fosse una massa che professasse la religione dei califfi e facesse da base al consenso. Lo sviluppo del dibattito in ambito teologico condusse, durante il califfato di Hârûn ar-Rashîd (tra il 786 e l’809), alla traduzione della Fisica di Aristotele e successivamente a quelle della Metafisica, del De Anima, dei Metereologica, del De generatione animalibus, del De parte animalibus, dell’intero corpus logico, l’Organon, e ancora del De Caelo, del De generatione et corruptione, dell’Etica Nicomachea. Al corpus aristotelico, si aggiungano poi parte delle Enneadi di Plotino, gli Elementi di Teologiadi Proclo, l’Isagoge e la Vita di Pitagora di Porfirio, la seconda parte del De Providentia di Alessandro d’Afrodisia, i Placita Philosophorum dello Pseudo-Plutarco, la dossografia dello Pseudo-Ammonio, dialoghi platonici come le Leggi, il Timeo, la Repubblica, il Sofista, ecc. Si ricordi inoltre che le traduzioni non si limitarono alla sola filosofia, ma investirono anche molte opere scientifiche, dall’Almagesto di Tolomeo, a numerose opere di Galeno, agli Elementi di Geometria di Euclide; furono tradotte opere di alchimia e di scienze occulte, di teoria musicale, di medicina, di farmacologia, di veterinaria, di tecnica militare, di falconeria e raccolte di detti dei sapienti.
Questa breve rassegna mette in luce come, in due secoli (tra la metà dell’VIII secolo e la fine del X), larga parte del sapere greco antico e tardo antico sia stato conosciuto e assimilato dai dotti arabi.
Come si è già brevemente notato, accennando alle motivazioni che indussero al-Mahdi a commissionare la traduzione dei Topici di Aristotele, il movimento di traduzione non fu qualcosa di estemporaneo, ma si trattò di qualcosa di connesso a motivazioni ideologiche, interessi culturali o esigenze pratiche precise. La straordinaria dimensione del fenomeno non può esser spiegata guardando ad un solo aspetto della questione, ma si tratta di un fenomeno che va considerato nella sua complessità. Le traduzioni non furono l’effetto dell’interesse di un gruppo di dotti o della lungimiranza di qualche mecenate, ma furono di un fenomeno che durò molti decenni, che richiese enormi impieghi di fondi e il crearsi di gruppi di ricercatori dotati di ottime metodologie e di una rilevante precisione filologica. Tutto ciò induce a pensare che il movimento di traduzione può esser spiegato solo se inteso in modo più ampio come un fenomeno sociale.
Secondo uno dei suoi studiosi più eminenti, Dimitri Gutas, “il movimento di traduzione dal greco all’arabo di Baghdad è per molti versi un vero e proprio momento epocale nella storia dell’umanità. Ha lo stesso valore dell’Atene di Pericle, del Rinascimento italiano, o della rivoluzione scientifica tra XVI e XVII secolo , e fa parte della storia” (Cfr. D. Gutas, Pensiero Greco e cultura araba, Einaudi, Torino 2002, p. 12).
Nei successivi approfondimenti si delineeranno alcuni degli aspetti del fenomeno.